Un personale consiglio, ma quale critica!

14/03/2020

Qualche giorno fa, al tempo della quasi normalità sul social nazional popolare di Faccia Libro ho avuto la possibilità di esprimere una mia considerazione sul rapporto che c'è tra il vino e la o le figure che gli gravitano intorno. Ovviamente quella/e più interessata e acclamata nonché temuta è quella del critico. Ho dissentito cercando di spiegare che in termini di gusto non può esserci un critico come nell'arte (o in tutto ciò che ha una materialità storica) ma solo un paziente e onesto consigliere di coppa. Queste parole che scritte seguono è ciò che ne è scaturito, scritto nella finestra del commento del gentilissimo e soprattutto paziente critico che mi ospitava nella sua pagina. Ovviamente ci troviamo difronte a una supercazzola!!!

""Credo che la faccenda sia più delicata, quasi di rottura. E quando si parla di rottura si necessita di tempo e di supercazzola!
Ho sempre dubitato che il termine critico si possa far calzare a tematiche di gusto come il vino, di certo sì per le opere di ingegno e di spirito come l’arte ad esempio. Credo che la parola sia abusata, in generale le parole sono l’abuso che si fa quando si parla di vino. Lo abusano nella misura in cui lo rendono ridondante, paradossale, vivo rispetto alla sua deteriorabilità. Questo non calza con l’arte, con la musica, con la letteratura… oceani di parole si possono impiegare senza bastare, senza stancare.

K. sosteneva che la critica è il processo attraverso il quale la ragione umana prende coscienza dei proprii limiti, ecco l’asino che casca. E' in questa misura che noi non abbiamo limiti. Pensiamo che si possa tutto, dire e fare. Del gustare/criticare l’alimento/vino si perde di vista la realtà impiegando tecniche care alla storia, come la storia dell’arte, artistica, letteraria, musicale,… dimenticando che il gusto è proprio e che la sua casa non è nella metafisica la prima scienza. Il gusto è individuale e risiede in un luogo che si conosce e che allo stesso tempo non si fa riconoscere: “”Non è infatti discorrendo che l’uomo spirituale si rende conto se un demone o un angelo … lo convince … ma con una sorta di tatto e di gusto e di avvertimento intuitivo … come con la lingua subito avvertiamo il sapore del vino e del pane””.
Chiedo venia ma se di rottura voglio parlare ho bisogno di sostegno, ancora: “”il gusto distinto dall’intelligenza consiste nelle percezioni confuse di cui non si potrebbe a sufficienza rendere ragione. Si tratta di un qualcosa di simile all’istinto””.
Pensiamo di poter rappresentare sotto forma di idea il piacere di gusto ma questo è impossibile perché necessiteremmo della conoscenza dell’idea di esso, noi questa conoscenza non l’abbiamo: “”il bello è una eccedenza della rappresentazione sulla conoscenza e che è proprio questa eccedenza a presentarsi come piacere””. Questo scarto noi non lo conosciamo: “”il giudizio di gusto è un eccedenza del sapere, che non conosce ma si presenta come piacere, e un eccedenza del piacere che non gode””.
Non gode?? Sì non gode perché nell’atto del degustare si comunica un piacere in maniera universale, al pubblico, e questo fa sì che il nostro piacere stesso non debba essere proprio godimento ma solo dell’altro.
Terminata la supercazzola scrivo che non ho mai creduto nella critica o ai critici del vino ma a saggi consiglieri di coppa. Alla salute!!!""

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