PAROLA DI VINO

07/01/2020

Quanto è bello il vino

rosso rosso rosso

bianco è il mattino...

Sono dentro a un fosso...

questo racconta la prima strofa della canzone/poesia di Piero Ciampi "Il vino".

 

Da sempre mi colpisce nauseante rapporto che c'è tra il mondo vino e le parole. La voglia di trasmettere le sensazioni che il frutto di Bacco lascia dentro di noi dopo averlo bevuto e tecnicamente parlando degustato è nauseante. Appartengo alla categoria che pensa le sensazioni e i sentimenti come fenomeni raccontabili con un impiego minimale di segni letterali come nella poesia, nel buio e nel silenzio di un sorso potrebbe essere il tema.

E in mezzo all'acqua sporca

Godo queste stelle,

Questa vita è corta,

È scritto sulla pelle...

 

Fiumi di parole si uniscono a fiumi di vino. Si recita il numero dei peli del culo di un produttore, iperboliche percezioni primarie e secondarie, si scomodano settecenteschi aggettivi.

La sovrabbondanza nelle degustazioni di lungagini parlanti genera potenza eccitativa e affabulativa, perciò meraviglia cannibale che esalta distraendo dalla questione centrale, tutto ciò che può essere usato per dire la verità è anche la stessa medesima cosa che viene impiegata per mentire, segni che portano significato, parole.

Ma com'è bello il vino

Bianco bianco bianco,

Rosso è il mattino,

Sento male a un fianco...

 

Quando si parla durante una degustazione o in una serata a tema (si tenta di significare il nostro pensiero) si impiega un sistema di significazione che accoppia entità presenti (parole, simboli) a entità assenti (ciò che le parole indicano).

Chi decanta le lodi di un vino, o racconta del produttore... del terreno... il legno o il minerale ecc. impiega simboli che danno significato, questo nel rapporto tra singolo e gruppo d'ascolto. Questo significare a mio modo di vedere diviene sterile quando si trova al cospetto delle singole esperienze gustative, uniche e irripetibili che sono assenti-presenti, assenti al degustatore recitante ma presenti agli individui che partecipano. Una assenza profonda non fisica ma esperienziale gustativa. Sentimentale! Un profumo, una astringenza, una presenza zuccherina, l'alcool ecc.

Come si significa nella cortina di fumogeni dell'aggettivo?

Cosa accade al tentativo si dare un senso?

Cosa accade al mondo vino?

 

Vita vita vita,

Sera dopo sera,

Fuggi tra le dita,

Spera, Mira, spera.

Non c'è vera comunicazione ma piuttosto una enfatizzazione dell'argomento attraverso la sua messa in scena. Scrivo messa in scena perché di solito la dinamica è un po' quella del teatro, un palco e degli spettatori. Le serate si fermano a quello che si può riassumere alla "corrispondenza tra ciò che sta per e il suo correlato" negando del tutto l'accoppiata comunicare/significare.

Una sterile semantica, grammatica e sintassi della significazione. Si significa e basta. Non si può e non si potrà mai conoscere quella assenza che deve essere significata, l'esperienza sensoriale del singolo. Il suo gusto!

Non si può pensare di raccontare il vino come una lavagna matematica ricordando che il sig

 

nificato di quello che si dice, il senso, i segni che si adoperano per raccontare, parlare, pubblicizzare... risiedono all'interno di un'infinita catena di interpretanti (altre parole, proposizioni, argomenti, immagini, gesti e azioni...). Cosa fondamentale che questo senso risiede nel suo interpretante finale, questo interpretante finale è costituito dall'abitudine o abito comportamentale che il segno determina in tutti coloro che lo interpretano e lo usano a loro volta e dalla conseguente loro disposizione ad agire in un determinato modo in certe circostanze. Il singolo e personalissimo gusto.

L'umiltà nell'uso delle parole porta la sobrietà e non l'esaltazione da iperbole allucinatoria, di aggettivi, di abbinamenti, di accostamenti, di riconoscimenti sensoriali. Riflessione e silenzio sono l'incubatrice dove il mondo vino sopravvive e dove si innesca il processo di comunicazione tra esseri umani processo che ha bisogno di un sistema di significazione che solo pochi e mirati significati possono far innescare. Si deve tendere alla intimità dei singoli, alla propria poesia personale. Il giusto numero di parole sta per qualcosa nella giusta dimensione dell'assenza, un che di fortemente presente nelle individualità. La metafora potrebbe essere questo “macchinario”. Non più imbellettamenti parlati ma spazio dove il silenzio spinge la ricerca di ciò che è assente, vissuto dentro un sorso.

Per un vino rosso i Futuristi userebbero pochissime parole e un infinito spazio praticabile in silenzio, semplicemente: ""rosso rimorso vellutato..."".

Alla salute!!!

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