Si sentiva proprio il bisogno di questo libro?

25/09/2018

Esprimere un parere contrario a una proposta editoriale non è cosa facile perché si cade nella presunzione. Perciò per non essere presuntuoso fino alla fine paradossalmente consiglio di comprare alla modica cifra di 8 europei “Lo Chef filosofo” scritto da Alessandro Marini, il melangolo. Perché malgrado la critica al libro questi è ben scritto seguendo un filone di pensiero contemporaneo ad hoc (nonché antico), manna per i curiosi del sapere.

La cosa che mi ha colpito è che l’autore voglia a tutti i costi sponsorizzare la sua idea forzandola. L’amore per la cucina innestata all’oggetto degli studi di scienze umanistiche dello scrittore. La cucina applicata alla filosofia. Ogni chef ha una filosofia, la espone attraverso strumenti come il gioco, ogni chef è filosofo. La forzatura è sospetta perché da anni tutto il sistema “cultural-mediatico” ricava business proponendo la cucina e il cucinare fino al ridicolo. È un caso che Marini citi e speculi attraverso programmi televisivi e cinema? Ce ne era proprio il bisogno di questo libro (Editorii!!!) vista la bella testa... utile a una società in crisi a cui servirebbero speculatori della ragione che diano “ricette” sull’incerto futuro?

 

Parlo di forzatura nella misura in cui Marini ha forzato il rapporto tra significante e significato. L’autore per far comprendere la sua idea ha bisogno di eccedere in significazione, di manifestare energia significativa, che va a ridistribuire nei meandri del suo discorso simbolico. Così facendo il significante e il significato individuato restano in rapporto di complementarietà cioè l’azione che si fa nell’esercizio simbolico, che in questo caso è un testo scritto, ne rimane soddisfatta.

Il risultato ne è appagato fin quando un eccesso di significato generi rispetto al suo significante un intoppo, uno stridio fastidioso, un appesantimento del racconto, una forzatura appunto! Il tutto si manifesta con la frase: «Heidegger se ne faccia una ragione». L’onnipresente manierismo fa chiosa all’azzardo.

Chi è costui che suggerisce rassegnazione a uno dei più importanti e controversi speculatori del contemporaneo pensiero?


L’eventualità che anche solo un lettore su un milione creda Bottura un filosofo (una sorta di ceppo infettivo come in una nuova “War Word Filosophy”) o che la filosofia dopo millenni di “schermaglie speculative” possa essere riconosciuta in un cuoco o chef che si voglia, mette paura. La filosofia è sì creazione di valori nuovi che facciano scaturire concetti nuovi (e questo libricino ne è testimonianza) MA con una visione ontologica legata alle procedure tra Arte (belle arti specifico io) e Filosofia. Peccato che questo dualismo nel caso degli chef è fallato. Sì, ogni persona ha la sua filosofia (o visione del reale) ma ogni persona non è un artista che genera Arte. Gli chef sono dei pratici, posseggono lo spirito pratico, non artistico! Lo chef non è altro che un “artista” che appartiene all’arte del far bene, Stop!!

 

Se si volesse scomodare una professione del nostro quotidiano che possa essere letta come metafora per fare della filosofia, tra le attività del far bene potremmo pensare ad esempio alla figura del chirurgo. Quanta “esistenza” la Shelley racconta nel suo Frankenstein?

 

La mia proposta? la professione per eccellenza che può essere di certo vicina alla professione del filosofo è quella del metalmeccanico, nello specifico lo stampista delle filiere di produzione. Solo l’operaio capisce quel «ragionamento bastardo» a tal punto di centrarlo e metterlo in “atto”. L’operaio entra in contatto con la «nutrice» di tutte le cose (idee). Solo l’operaio sa gestire lo spazio, che nel suo caso è cuore che dà vita allo stampo. Lo spazio è l’elemento metafisico che fonda il tecnicismo moderno: «e v’è poi una terza specie sempre esistente, quella dello spazio (…) immune da distruzione, e dà sede a tutte le cose che hanno nascimento». Dall’idea all’atto l’operaio è discente da Platone ad Aristotele.

 

L’evento dell’ammaraggio sulla luna è vicino all’operaio non allo chef.

 

In ogni evento ci emozioniamo, più è forte, grande, particolare l’evento e più impazziamo coinvolgendoci nel successo. L’autore lo chiama effetto wow io preferisco chiamarlo stupore. Ogni qualvolta ci troviamo dinanzi a qualcosa che ci sovrasta emotivamente la meraviglia ci invade inondando l’anima di energia.

 

Ci sarà più energia alzando gli occhi al cielo in Cappella Sistina o parlando come un cartoon seduti nel ristorante dello chef Grant Achatz con il suo palloncino dolce all’elio?

 

Il restare a bocca aperta, lo stupirsi è il fondamentale atteggiamento che un uomo deve avere. Per questo motivo deve essere ben chiaro cosa è un piatto di pasta ben presentato in rapporto alle «cose che hanno nascimento». E quale tra le cose che hanno nascimento sono le più adatte a far stupire? Lo stupore avrà la stessa conseguenza? L’emozione generativa dello stupore non può partire dalla storia della cucina (con il profondo rispetto del nostro trascorso di civiltà) MA dalla storia dell’Arte. Le opere d’arte sono le cose che l’uomo genera e che regalano stupore che genera. Sì donano disinteressatamente a noi come muse in attesa di essere amate! l’artista è disinteressato, lo chef no!

 

Se riuscissimo a volgere il pensiero alla mera contemplazione distanziandoci dal tecnicismo imperante forse saremmo più vicini a Platone, immersi nei suoi dialoghi. Il film della Pixar caro all’autore, Ratatuia, termina rappresentando una regressione psichica. Ego assaporando il piatto di Tradizione preparatogli da Rémy torna bambino contemplante la mamma in cucina ai fornelli. Contemplante! È la Tradizione a compiere il miracolo non il palloncino all’elio dello chef Grant Achatz.

Alla salute!!!

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