24 APRILE IL GIORNO DELLA MEMORIA

29/01/2017

Un’epoca o un popolo si possono definire civili se dalla loro hanno un bagaglio di aspetti materiali, sociali e spirituali. Lo stesso bagaglio li difende dai cambiamenti, potremmo pensare a una evoluzione e parlare di civiltà europea, di civiltà del futuro, e anche perché no di civiltà del vino. Tutto ciò che è civile genera l’uomo, il cittadino. Perciò il livello complesso di progresso spirituale e materiale che un popolo raggiunge, e la Roma antica insegna, lo si può definire civiltà, quindi spinto proprio dalla passione che ho per la civiltà del vino e convinto che questo manufatto non può far a meno della civiltà del fare e della civiltà dello spirito voglio oggi Ricordare il popolo armeno.

 

Seimila anni fa una popolazione preistorica allestiva cantine per la produzione e la conservazione del vino, e lo faceva in quella parte del pianeta che oggi è chiamata Armenia: «Si tratta della più antica e affidabile testimonianza di produzione vinicola - afferma l’archeologo Gregory Areshian dell’University of California di Los Angeles (Ucla) - Per la prima volta, disponiamo di un quadro archeologico completo, risalente a 6.100 anni fa, di questo tipo di attività». Così gli archeologi armeni Gregory Areshian (di nascita) e Boris Gasparyan hanno definito con questa scoperta i confini antichi dell’origine della produzione del vino dando i connotati di “originaria” alla civiltà che di certo è quella che poi è divenuta il popolo armeno.

La memoria è lo strumento che ti fa accarezzare quello che il vino ha da raccontare, è il quarto momento dell’analisi organolettica quando si chiudono gli occhi dopo sorseggiato per tirare il fiato e godere di quel sorso. Come nella favola di Perrault con la memoria si ritrova o perlomeno si tenta di ritrovare la via e il trascorso di quel vino.

La memoria fa anche sì che più persone abbiano sullo stesso vino diverse vie da seguire, perciò credo con forza che la memoria sia concetto universale e non peculiare. Non c’è memoria di una cosa e di altre no. Oggi nel giorno della Memoria dove è di dovere ricordare, ricordo il mio punto di vista, la mia via. Lo scrivo dalla prospettiva dei punti di vista: ciò che per me è non è ciò che per te è. La forza del rapporto tra memoria e libertà.

Ricordo che Medz Yeghern in armeno, e Ermeni Soykırımı in turco significano la stessa cosa, “Grande Crimine”, ma da due prospettive diverse. Prospettive che hanno come punto di fuga non il 27 di gennaio ma il 24 di aprile, fissato con la cifra di circa due milioni di morti genocidiati. Ammazzati per via rudimentale, di stenti e di fame le donne, i vecchi e i bambini, un colpo alla nuca gli uomini.

 

Questo delitto tra i tanti commessi nei secoli dall’umana brutalità passò inosservato, impunito agli occhi della comunità, in primis europea e poi internazionale. Non ci fu nessuna presa di posizione, né politica, né economica, né religiosa, tutto passò come se nulla fosse successo.

Ricordiamo che costituisce genocidio, secondo la definizione adottata dall’Onu, «gli atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso», e anche la sottomissione intenzionale di un gruppo a condizioni di esistenza che ne comportino la scomparsa sia fisica sia culturale, totale o parziale.

Il genocidio degli armeni da parte dei turchi è l’Olocausto da ricordare perché è stato l’orrendo peccato non punito da poter ripetere sugli ebrei. Il ponte tra l’operare “antico” e quello moderno dell’umana contraddizione. L’impunità di due milioni di omicidi è valsa per aver dato la forza alla follia di progettare e di mettere in atto ben altro, la distruzione sistematica di oltre sei milioni di anime ebree.

Ricordare gli armeni serve per non dimenticare che la dialettica è fatta del tutto. Non solo ebrei, ma handicappati, comunisti, omosessuali, zingari, tedeschi, testimoni di Geova, tutti morti nei campi di concentramento,… e ancora indietro nel passato come le popolazioni delle americhe, i neri d’Africa. L’Olocausto degli ebrei, punta dell’iceberg del lato oscuro dell’umana esistenza è cosa orrida e ripugnante non solo per i martiri caduti ma anche perché fatto con tempistiche da sistemi moderni, da uomini efficienti e capaci, produttivi. Il sistema o sistematica con cui milioni di anime sono state spente è tecnica e metodo, il metodo di agire moderno, un metodo appreso dalla storia del pensiero e molto più semplicemente partorito e insegnato nelle università. Tecnicismo delle nostre vite. L’efficienza, la capacità organizzativa, gli obiettivi da raggiungere, le metodologie sono componenti oramai di vita quotidiana. Lavoro, casa, sport, rapporto con noi stessi e gli altri. Nel nostro quotidiano noi operiamo con moderna sistematica ed è questo che forse ci fa sempre riflettere su di un unico Olocausto distraendoci dall’antica disgrazia umana, troppo antichi i martiri del passato, troppo diversi da noi.

 

L’ebreo è il corpo su cui l’onnipotente forza devastatrice del simile in quanto uomo si è materializzata sotto forma di moderna atrocità. Ricordare che l’uomo è antico ci libererebbe bbracciando tutte le sofferenze. Non del tutti in fila dietro al lutto per commemorare ma tutti in cerchio intorno al lutto per esorcizzare.

Ricordo che nei primi anni Venti i turchi uccisero poco meno di due milioni di armeni. Per fame e per stanchezza donne, vecchi e bambini, gli uomini con un colpo alla nuca.

Ricordo perché le loro anime possano riposare in pace.

Ricordo perché sono stati martiri due volte dinanzi all’umanità, morti e morti senza memoria.

Ricordo che l’uomo è antico e antico è il suo orrendo aspetto gianesco.

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