Il buon vino fa l’etichetta

28/12/2016

Scorreva lo sguardo sullo scaffale di una enoteca pariolina, scorreva e scandagliava e all’improvviso l’osservazione appare alla curiosità, si sceglie oggi una bottiglia di vino come si fa con la carta da parati, colori, grafiche, stili, righe o quadri. Le metriche sono saltate e l’immagine dell’oggetto bottiglia che decenni fa poteva essere lasciato da parte per considerazione acquista ora prepotentemente importanza.

Alleggerendo al massimo le esigenze del consumatore medio di oggi la scelta di una bottiglia ricade sul colore del vino, tipo riguardo al nome-vitigno (regione) e terzo per l’etichetta, così a parte i pochi che del nome ne hanno fatto storia il resto del mercato lascia un terzo del gradiente di scelta all’etichetta e questa attraverso le immagini che porta con sé mostra la forza simbolica rappresentativa del marketing (la preziosissima retro etichetta di supporto viene definitivamente impoverita e abbandonata). Così sugli scaffali-mostra come nei vernissage di arte si è colpiti per intensità della forma-figura esposta. Nella mostra si sceglie per piacere ma l’oggetto artistico rimane lì nel suo spazio di vita propria in attesa di un altro e altro sguardo ancora che lo riconosca come arte e che lo apprezzi senza sottrarlo. Sugli scaffali invece l’oggetto che colpisce è tout court portato via e consumato, di paradosso con prepotenza l’elemento che si fa spazio e che caratterizza sempre di più la scelta di mercato è l’etichetta. Non tutti conoscono tutto/i e soprattutto visto il numero di bottiglie cresciuto esponenzialmente la cosiddetta eno-grafia diventa prima.

Il sospetto è quasi certezza, in ambito aziendale di chi produce vino gli investimenti sono cambiati lasciando grossi margini di impiego verso la disciplina del marketing e che questi abbia raggiunto a pari merito di importanza il contenuto della bottiglia. Insomma marketing e vino allo stesso livello, la civiltà del mercato raggiunge la civiltà del fare. Chi ne guadagnerà?

Impera il marketing e per una etichetta ad hoc si è disposti a spendere. Così l’onda lunga della domanda diventa l’insopportabile scimmiottare l’arte fino a tal punto di renderla feticcio appeso a pochi centimetri.

Dadaiste, futuriste, dal Cavaliere azzurro al Naif, impressioniste, surrealiste, metafisiche, dal tribale al classico, raffaelliane come aborigene, dal tratto inconscio di Escher alle fredde curve di Steiner il tutto per ottenere un effetto ventosa che faccia sì che si prenda in mano quella bottiglia e non altre con l’obiettivo che si pronunci la frase priva di senso parlando di vino: “bella l’etichetta prendiamo questo”.

 Non parliamo poi di quelle fredde, matematiche, mono lettera, didascaliche, freudiane o junghiane, romanzate, greche, romaniche, copiate, gemelle, la peggio?? Quella che ricorda Warhol, un negativo a colori diversi, 6 vini 6 colori una stessa immagine disegnata! Già era peggio Warhol figuriamoci il marketing che fagocita se stesso, una cacografia!

Il mio rammarico si rivolge alla sconveniente assenza quasi totale di informazioni sulla retro-etichetta, quel bignami era prezioso a volte fondamentale, di certo lasciava un tocco di trasparenza all’oggetto non abbandonandolo a mero contenitore, ora sembrerebbe che meno si sa meglio è!

Pur se piccolissimo il “racconto” mostrava un impegno a far capire e comprendere meglio ciò che si stava comprando!

Il racconto è ciò di cui il vino necessita. Mettere insieme i simboli di un cammino che parte da lontano deve avere la struttura dell’affabulazione non del paradosso, non del pugno allo stomaco ma dell’incanto. Mi chiedo se al cospetto di bottiglie senza etichetta si lasci la scelta ad altro prodotto, oppure dinanzi a etichette che anziché l’anno di vendemmia stampato portano con sé un timbro a ricordarlo, si preferisca scegliere un vino ben “vestito”.

In foto le riporto, la senza etichetta è di produzione francese della Corsica, Adc Patrimonio Domaine Pastricciola, l’altra, quella con il timbro è di Farra D’Isonzo, Gorizia. Le due in foto hanno una cosa in comune a parer mio, non ostentano quasi per pudore l’offerta della dicitura: “io produco e vendo vino” un po’ come l’artista che realizza per disinteresse. Non voglio dire che questi signori non hanno interesse anzi ce lo hanno e come ma questo interesse credo e interpreto a mio parere non travalica il resto, tutto ciò di cui la vita li circonda. Ridurre in semplicità di corredo quello che altri rendono dominante per invadere, una assenza di etichetta per bottiglie nate a scommessa oppure un semplice timbro messo al momento come dire eccomi son pronto questo è l’anno giusto e se vuoi mi puoi prendere, li rende stilosi nel genere.

Uno stile che aiuterebbe molto a rimanere con i piedi a terra negli anni in cui si aumentano le rese perché il business chiede di mollare la briglia senza riguardo alle conseguenze sulla qualità del mercato stesso o senza pensare al territorio. Piedi a terra che aiutino a misurarsi senza travalicare. Lasciamo da parte i venditori, lasciamo da parte i facili acquisti e riportiamo il vino al suo passato dove gli ingegneri facevano progetti, gli architetti disegnavano scuole, i notai firmavano, gli americani “erano forti” e chi faceva vino era della terra (nobile e non, ricco e non). Parole chiavi sarebbero: “riportiamo ordine distinguendo il resling dal Riesling”, perché nella vita c’è altro e una vocale in più o in meno fa la differenza. Alla salute!!!

 

 

Nielluccio, vitigno rosso, in Corsica

Sangiovese, tra sacro e profano in Italia.

L’essere anonimo rende il vino certo di sé, privo di influenze esterne, darà quel che darà nell’annata 2002.

Nielluccio in purezza, l’alberello che lo ha portato su di sé l’ha nutrito bene, vento, freddo e siccità. I venti notturni che asciugano hanno reso la sanità del frutto eccellente.

Pochissimo legno, 4 mesi di barrique, e poi un lungo periodo di 13 anni in bottiglia. L’apertura anticipata e la decantazione gli hanno dato respiro.

Vista: mattonato pieno, il cotto del castello, Bello! l’arco resiste.

Naso: timido a uscire, più scuotimenti lo fanno liberare. Visciola, ribes, amarena, prugna. È sembrato di respirare quel misto di acido e tocco di amaro che questi frutti portano con sé. Le loro intime origine. La timidezza nel presentarsi persiste, ma quando lo fa è persistente.

Bocca: Terra, marciume del sottobosco contenuto, leggerissimo sentore dal legno come noce e tabacco. Non del tutto rotondo, acidità e tannino non sono del tutto placati, l’alcool li tiene con un buon lavoro. Fiori rossi affievoliti. Caldo.

 

Pinot Nero Bressan,

Vitigno unico Pinot Nero.

Il timbro bluastro afferma Anno 2006. Il fiume che scorre verso il vicino mare Adriatico mitiga le avversità delle Alpi Giulie. Biricchina è quella ghiaia del quaternario, togliendo nutrimento costringe il radicale a scendere giù, molto in giù, arricchendosi.

Conservazione acciaio e legno da 2.000 litri per almeno 2 anni, affinamento lungo in bottiglia. Se si vuole, aprire prima, se no il ballon, di rigore, riesce da solo a ossigenare. Roteare bene il bicchiere.

Vista: Dalle Mille e una notte incastonato è il rubino, timido il granato. Scuro iodato e limpido, di cristallo la sfumatura. L’arco è forte.

Naso: Prima del profumo il naso pronuncia la parola complesso. L’amaro al naso di sottile e delicato sentore: legno bruciato, terra dell’oscuro bosco, oro nero. Più si muove e più la sua costruzione cresce. Rosso maturo il frutto. Decisamente persistente!

Bocca: Equilibrato nella personalità. Acidità, tannino e alcool ruotano all’unisono per complessità di equilibrio, nella bocca questa complessità apre se stessa: un dolce sentore di amarognolo rosso accarezza come il velluto, un alito di menta, alchemica e officinale. Da lontano lo iodato. La persistenza è forte!

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