Il Carso performante

20/07/2016

Sono e rimango convinto e concorde con chi sostiene che «il vino è il suo gusto come relazione e come resistenza, questo vino è ciò che noi siamo incontrandolo: innesco, alchimia che non chiede cognizione di causa per funzionare» sono però altrettanto consapevole che la passione spinge le persone ad andare oltre, incontro anche al rischio, spinge le persone soprattutto se munite di buon gusto a fare bene! E di buon gusto si è trattato anzi di meglio, una piacevole grande bellezza questa mia prima volta con le “Degustazioni dal basso” di  Claudio Celio che ha scelto come luogo di incontro per una degustazione difficile e intensa le sale dell’hotel Columbus della Roma papalina.

La degustazione è stata incentrata sul vino del Carso, vino di un territorio aspro, dolorante nel cuore e nelle braccia, di un territorio duro che obbliga alla fatica ma che ha dalla sua una forza naturale elargita dalla bellezza dei colori, dalle luci delle pietre cangianti, dal sole e da forti venti che portano con sé racconti di “Uomini contro”.

Guida della spedizione per i pendii scoscesi di questo vino è stato Eleutherius Grootjans, lucido espositore di tutto ciò che è servito per affrontare l’impervia scalata o discesa di una degustazione che non ha lasciato spazio a distrazioni, tutti i partecipanti sono stati lucidi ascoltatori ma allo stesso tempo accorti relatori delle loro esperienze-sensazioni, una cordata disciplinata che ha avuto e ha dato il suo frutto.

Credo che il termine “complesso” per descrivere il vino del Carso sia termine adeguato.

La piccola sala Salviati è stata l’alcova dal valore storico e artistico che ha accolto le sedici anime partecipanti, gli appassionati sono stati disposti a ferro di cavallo con il relatore e l’organizzatore al centro, tutti hanno dato il meglio per disciogliere e gustare il nodo di questa complessità e si è capito fin dall’inizio, dalle prime battute, che non sarebbe stata una degustazione come tante, la piacevolissima sobria mancanza di schemi rendeva l’aria facile da respirare dando un tocco amicale, come in cordata uno aiuta l’altro. L’eccellenza di avere bendato le etichette per evitare riconoscimenti feticci di una oramai mitologica e consolidata grammatica fatta di nomi, date ed eventi, ridondante da ascoltare è stato tocco di eleganza preziosa.

Dodici (14) i vini degustati, 4 x 3 batterie tutti bianchi, due i rossi, uno in entrata da aperitivo (Terrano) e come ho scritto sopra e ribadisco, il vino non ha bisogno di luoghi ma ha bisogno di uomini, di persone, un vino a sorpresa, un Merlot di indubbia qualità offerto per l’occasione da un partecipante alla serata.

Il Carso è un territorio a metà tra Italia e Slovenia, fuse le due culture nel rispetto reciproco, come è sempre stato nella vicina Trieste. Per raggiungere il Carso si parte da Trieste direzione nord e ci s’inoltra per piccole stradine delimitate da muretti a secco. Il Carso è un altopiano roccioso di origine calcarea, che va più o meno dalle Alpi Giulie al Mar Adriatico. Una terra impervia e selvaggia, la bora fa il resto, soffiando via la tipica terra rossa dalla roccia e rendendo la viticoltura impossibile.

I vini del Carso nel complesso hanno una personalità difficile, forte che penetra: sono vini che hanno vinto la roccia.

Tre sono i vitigni autoctoni più importanti: il Terrano, un’uva a bacca rossa discendente dal Refosco; la Malvasia istriana, meno aromatica rispetto al resto delle malvasie; infine, il più interessante, la Vitovska, un incrocio tra Malvasia e Glera.

La “folle” peculiarità dei vini bianchi del Carso è la tecnica della macerazione (dopo la pigiatura le uve vengono lasciate a “mostare”, come si fa di solito con i rossi, ma non con i bianchi), al fine di ottenere maggiore struttura e complessità. È proprio questa complessità che scherzosamente mette in atto la formula della relatività di Einstein. Bellissimo è stato notare come lo spazio-temperatura fosse relativo al tempo, il gusto nella sua totalità non aveva pace non trovando mai lo stesso terreno su cui cimentarsi, si poteva passare dal burro, alla pelle del salame, dalla punta di caffè alla gelatina di carne in scatola, parola d’ordine? ricca instabilità man mano che il vino cambiava temperatura. Di conseguenza difficile è stato pensare all’accostamento. Degustazioni dal basso ha offerto una cena leggera, un buon medaglione di carne al sangue, forse poco consona per il vino ma la crosticina di formaggio fuso accompagnato dalle erbette fresche ha legato raddrizzando il tiro.

Il gusto imprevedibile l’ho trovato performante ma il colore con i suoi gialli quasi ocra con sottili riflessi all’ambra è stato folgorante. Intensità da vino passito.

Ora il colore di questi vini ha impresso nella mia fantasia l’esistenza di una linea fantasma che mette in relazione i vini macerati del Carso (secchi) con quelli passiti dolci. Il panforte è sentore olfattivo e aromatico da dolce e lo si è sentito anche in degustazione perciò mi viene alla mente che potrebbe esserci una relazione tra il modo/tempo della macerazione delle uve con il modo/tempo dell’appassimento. L’uva anche se in maniera fortemente diversa prima dell’imbottigliamento o della maturazione rimane ferma in attesa, come se ci fossero due sorelle che aspettano il loro destino, chi inizierà la sua esistenza in forma acida e chi in forma dolce ma sempre legate dal loro Dna. Il vino alla fine sembra rimanere legato a un invisibile elemento oltre la logica. Uno spazio-tempo dove confluiscono lune, sentimenti e atmosfere e che tutto questo passi di mano in mano di mente in mente, di cuore in cuore. L’ho sempre pensato! il vino non è un semplice manufatto ma è qualcosa di più, è una metafisica scelta per simboleggiare prezioso sangue.
L’incontro con le Degustazione dal basso è stato il ritorno di un input sconosciuto che arrivava da un’altra spinta casuale altrettanto sconosciuta. Il vino crea un’intelaiatura fatta di persone con opinioni e sentimenti dove l’uomo incontrandosi fa il vino grande. Alla salute!!!

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