Un buon gusto per il futuro (2)

17/12/2015

Italiani brava gente si diceva e io aggiungerei quando serve. Dal dopo guerra in poi, italiani del pressappoco e con l’avvento del tubo catodico anche italiani del facile protagonismo, pigri che si inginocchiano dinanzi al media. Con gli anni in questa giovane Italia democratica tutto si è macinato, tutto si è riciclato e tutti si è diventati telegenici. Perciò facili gli slogan del politico dalla breve storia che per dare voce al territorio e i suoi prodotti si appoggia a una multinazionale del fast food, facile trovare chef con tacchi a spillo che frustano concorrenti con suspense da 30 denari svendendo millenni di civiltà.

I due elementi che fanno flettere lo stile di una cultura, di un trascorso, deformando l’immagine della storia culinaria Italina sono la politica sparona e la Tv cialtro-protagonista che tramuta in “artisti da circo” professionisti dell’enogastronomia.

 

Quando parlo di politica sparona (ad esempio), mi riferisco al petardo lanciato anni fa dall’ex ministro Luca Zaia (“Guardian”, art. “Corriere della Sera”) nel 2002.

Si lasciò alle spalle secoli di Tradizione sponsorizzando una linea di prodotti marchiati McDonald’s per il rilancio dell’agroalimentare italiano. Come a dire ad esempio “me ne frego” della “campagna” promozionale del ministero dell’Istruzione che riguarda il prodotto agroalimentare. Nelle scuole si svolge con patrocinio del ministero delle Politiche agricole il premio “Mangia bene cresci meglio” tramite cui si può insegnare la ricchezza e la forza dei prodotti del territorio italiano. Lo stile è perso se la mediterranea produzione sceglie il veicolo e la cultura (fast food) di un paese che di stile enogastronomico ha ben poco. Gusto? Tradizione? Se è multinazionale con quale veste presenta i Nostri prodotti? Perché tanta disattenzione?

Dalla politica distratta agli chef attentissimi a fare “cassa di audiance”. Sorpresa!!! il rivoluzionario Gualtiero Marchesi che firma ricette per la McD’s, McItaly con “Adagio e Minuetto”. Spettacolo!! Tanta fatica rivoluzionaria per cambiare il gusto al palato di una nazione e farlo altro come l’antico recitava, ciò che è bello è anche buono, per poi sprecarla in un multi-marketing. .

Ma le fatiche non finiscono mai e il gusto unitario del boccone fumante della Tradizione è “destrutturato” (direi frantumato come i cosiddetti) dalla cucina gourmet “in bella vista”. Da anni i palinsesti alzano il colesterolo degli italiani saturi delle proposte di “arte” (la Tv perché è un tout court che per la cucina serve, la cucina necessita la vista), e mi accanisco curioso del fatto che tra le più importanti passerelle i giudici sono di oltre oceano.

Visto lo spot della versione italiana del Master Chef?

Una gara-scuola per chef, registrata, montata, ritmata come una fiction, per tenere lì fermi gli spettatori perché la pubblicità è l’ingrediente principale: «questo piatto è casereccio, lo sai? Non prenderà mai un premio», rende il tutto degradato ad altro. Ecco il cucinare come circo mediatico dove si dimentica che la cucina è amore. E l’amore ha bisogno di un’alcova segreta dove sprigionare intimità passionale, calore umano, convivialità, elementi questi che annichiliscono in uno studio televisivo. Forze queste che pacificano gli uomini rendendoli umani.

E se si sostiene che il cucinare è un’arte allora bisogna sublimare la parola amore sia nel fare sia nel contemplare l’opera d’arte. Se ci trovassimo d’accordo che cucinare è amore per la cucina allora dobbiamo pensare che amare non significa apparire ma essere in disparte dedicati proprio come i vecchi chef, nella tana fumante e di tanto in tanto in sala per tastare il polso. Business o amore per una cucina nel silenzio?

 

La bellezza di ciò che si mangia è nel piatto come civiltà del gusto e non come “estetica del”. Come importanza del nutrimento in legame al gusto, lavorare la materia prima che ti nutre è civiltà e in Italia lo si fa da secoli e non c’è giudice d’oltre oceano che tenga. Nell’Artusi cucina tutto gravita sulla pacatezza del fare minuzioso e scientifico, ma anche con la giovialità di chi è innamorato del mangiare bene per una sana compagnia e convivialità ignorando se ce ne fosse bisogno il “ciò che è bello è anche buono”. Questo è se lo possiamo dire lo slogan con cui oramai da decenni i commensali italiani sono costretti a convivere.

Il bello in tavola è storia atavica e non “marchesiana”. Dall’Oriente ci hanno insegnato che mangiare non è solo sinonimo di sopravvivenza e che il bello in tavola non è solo piacere per gli occhi ma soprattutto nutrimento per lo spirito. Ma questa è altra cultura di altra civiltà, magari ad assimilarle tutte.

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