TABERNA PERSIANA

24/11/2015

Parcheggiare lontani dal punto che si deve raggiungere è mia abitudine, perché ogni volta mi dico “con due passi si può fare un viaggio, non si sa mai cosa o chi incontrare”, e così è successo giorni fa. Fermata l’auto a viale Ostiense mi sono incamminato verso la Piramide. A un certo punto sopra pensiero sono stato attirato da un piccolo vortice d’aria calda e profumata che veniva da una porticina di lato. A primo acchito ho creduto che fosse una trattoria romana veccia maniera, la porta in legno scuro a vetri con una piccolissima penombra interna me lo lasciava intendere ma poi l’odore diverso dalle abitudini e la grafica intarsiata finemente con colori pastello mi hanno dato il benvenuto in altra terra da quella romana.

Realizzo che mi trovo di fronte a un ristorante di origini orientali, quelle delle mille e una notte, quelle dei grandi bazar, quelle dove la via della seta portava tesori, quelle origini che hanno contribuito a dare inizio alla storia. Mi trovavo davanti a una taverna anzi a una Taberna indicata come Persiana, “Taberna Persiana”.

Proprio perché si discute molto sulle diversità mi fermo e guardo meglio. A indicare il ristorante persiano c’è una grande insegna in legno, dorata, disegnata a intarsi come il rovescio di una cupola islamica quando la vedi dal didentro. Al centro dei simboli di pace, un uccello e una teiera, come dire al viaggiatore fermati e scaldati, riposati, qui troverai accoglienza… Imbarazzato perché non consumerò entro. Qualcosa diversa dal commestibile mi abbraccia. Profumi, musica e un composto silenzio di pace annunciano il luogo. Sì a Roma ma quel posto è persiano, è civiltà dell’umanità. In quel luogo si cucina antico.

I profumi sono quelli del bazar, quelli delle spezie impiegate con sapienza, mai invadenti, mai caustiche ma sempre avvolgenti. E allora, occhi chiusi naso aperto… curcuma, zafferano, zenzero, cumino nero, senape, cannella, cardamomo, pepe, rabarbaro, coriandolo… il tutto avvolto dal bianco e dolce sentore di riso basmati cucinato, Celou e Polou. I due ragazzi all’interno sopportano la mia presenza con la regale gentilezza dei grandi commercianti di oriente, sorridono e aspettano che io manifesti qualcosa, mi giro e mi rigiro accompagnato da una melodia languida ma allo stesso tempo ritmica. Di Pace è l’unico modo per descrivere il momento. Chiedo se posso stare qualche secondo per guardare meglio perché sorpreso da quel locale, mi è concesso dai due, lì presente c’era più un bimbo che un adulto.

Sapiente ordine e pulizia prima che il menù. Tradizionale per carni e verdure, pace dei sensi per vegetariani. Piatti caldi e freddi insieme come da antichi dettami Avicenniani. Mi riprendo e chiedo scusa, cerco di spiegarmi ed esco accompagnato dal sorriso divertito dei “persiani” gestori. Per un attimo mi sono sentito viaggiatore da fermo, cosa utile in tempo di crisi.

Al secondo attimo invece il gusto mi ha trasportato a pancia vuota in un pieno dal sapore lontano, diverso.

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