Vignaioli di Langa e Piemonte

17/11/2015

Con il magone mi sono coricato e con la tristezza mi sono alzato. Questa la giornata di sabato, al venerdì notte e al sabato mattina sotto accusa l’umana follia. Per un attimo mi sono detto, è il caso di andare?... non c’è voluto molto per darmi la risposta, sì! È il caso più che mai. A un lutto si reagisce con un inno alla vita, un “fermento” che deve essere profumo e brio per il seguito dei nostri giorni.

 

Così, forse sono stato il terzo, alle 12.30 in punto con questo stato d’animo sono entrato nelle sale del Gran Hotel Excelsior di via Vittorio Veneto a Roma dove sabato 14-15 novembre si è aperta la piccola ma importante kermesse dei Vignaioli di Langa e Piemonte, il tutto organizzato dalla signora Tiziana Gallo ed efficientemente gestito dal suo staff. Decine di produttori, praticamente tutti presenti dando l’idea giusta e buona che è chi  rischia a presentare il prodotto di persona e non attraverso le Agenzie di commercio che ahi me spesso sono un pochino poco preparate. I piemontesi hanno servito i loro “fiori” a un pubblico desideroso di incontrare la vita e la sua bontà attraverso madre terra. Barolo, Barbaresco, Gattinara in testa per i nobili, poi gli altri vitigni e vini del Piemonte e Langa Dolcetto, Barbera, Vespolina, Erbaluce,… l’Asti. Scrivi diVino ha stilato una sua piccola proposta di quello che è riuscito a bere, le etichette erano tante e si è mantenuta la regola del 10% in degustazione. Faticosissimo!

Faccio una premessa, pochissima barrique nella sala e non si è sentita la sua mancanza.

 

Azienda Fratelli Borgogno, degustata la riserva Cannubi Barolo, 2009. I numeri e i passaggi sono a mio avviso quelli giusti, tino per la fermentazione, svinatura in acciaio, botti da 20-25 hl. La Riserva: rubino grezzo ma intenso. È “giovane”, si farà l’arancio. Di stoffa che avvolge. Fiori e frutta rossi. La botte grande dà ampio lavoro al naso. È presto, non direi proprio rotondo, il tannino è delicato, di certo sarà rotondo, armonioso! Speziato, pepe nero. Bravi i ragazzi che lo presentavano, una famiglia con la passione.

 

Per il vino Barbaresco due aziende, due riserva, Rabajà Riserva, Castello di Verduno e Giuseppe Cortese.

Non vuole essere una sfida, le due aziende hanno un prodotto che per quanto mi riguarda ha la stoffa per essere raccomandato.

Castello di Verduno, degustato il Barbaresco Rabajà Riserva. Anche per questa riserva troviamo per accogliere la fermentazione i tini di legno. La maturazione e l’affinamento sono avvenuti tra botti grandi e bottiglia, con un brevissimo passaggio di smussatura in acciaio. 20 mesi in legno, un mese in vasche d’acciaio e 26 mesi in bottiglia coricata. Non filtrato né chiarificato. Senza ripetermi si tratta di vini di caratura, tutto ciò che va agli occhi, naso e bocca è di spessore unico tale che dare definizioni è superfluo. Due le cose che mi hanno lasciato impressionato, al palato: immediata esplosione di frutta rossa di bosco, e una notevole lunghezza e persistenza.

Giuseppe Cortese, degustato il Barbaresco Riserva Cru Rabajà. Produzione limitata alle annate migliori, 6.000 bottiglie. Affinamento 40 mesi in botti di rovere di Slavonia di dimensioni da 17 a 25 ettolitri. Età del legno 8/9 anni. Affina in bottiglia prima della commercializzazione per “addolcirsi”, almeno 3 anni. Notevole la struttura, la si riscontra in quello che si può chiamare unicità del sorso, occhi, naso e palato uniti al gusto. Vista l’eccellenza della bottiglia scrivo anche del figlio “minore” degustato. Ottimo il Barbaresco Rabajà . Diciassettemila bottiglie circa affinate 20-22 mesi in botti di rovere, dimensioni da 17 a 25 ettolitri, variabile l’età del legno. Minimo 10 mesi in bottiglia prima della  commercializzazione. Giovane che si farà, rosso rubino intenso con la stoffa del buon granato da “grande”. Al naso intenso, gradevole, spezie, rosso di frutta. Gusto di stoffa, tannico, alcolico, e

acidità equilibrati per una rotondità che evolverà di certo con il tempo. L’evoluzione delle sensazioni ci confermano al palato frutti e fiori rossi, speziato. Asciutto ora, pieno e morbido tra un po’.

Azienda Il Chiosso, degustato il Gattinara “Chiosso” Riserva. Di un rosso rubino intenso, si farà il granato. Al naso ampio ed elegante con presenza di violetta, frutta matura rossa, spezie. Al palato è pieno, fruttato rosso, elegante e persistente. Una piccola nota di presa in giro per i produttori, occhio alla brochure perché sfugge e si rende indomabile.

Dai nobili alla corte, si va presso l’azienda Barbaglia per scrivere di Vespolina. La scelta di presentare dopo i grandi un vitigno operaio che riempie una piccola bottiglia rispetto ai blasonati è voluta perché va ricordato che il vino è unico ma con sfaccettature infinite perciò a chi nobile a chi contadino, l’importante che piaccia nella sua diversità. Signora di campagna lo chiama il produttore o lady delle Colline del Novarese: con un leggero passaggio in legno, 4 mesi, si presenta con caratteri tipici sia alla vista che al naso, violaceo il rosso vivo, caratteristico e fruttato il profumo. La “durezza” del vino è ben bilanciata tra tannino e acidità non molto invadenti portando a un asciutto in bocca non sgradevole. Non mi trovo d’accordo con il produttore negli abbinamenti. Da come la vedo io: secondi piatti di carne succulenti e grassi, no la selvaggina, formaggi medio e medio alti di stagionatura.

 

L’Azienda agricola Mossio si è presentata oltre che con i caratteristici vini della zona con un passito decisamente interessante. Il Le Margherite, un Dolcetto passito da uve Dolcetto 100%. Lo potremmo definire il risultato dello spirito mai domato di un produttore, presentare “finalmente” un Dolcetto dolce. Grappoli messi in fruttaio per 5 mesi, pigiatura nel mese di febbraio.
Affinamento in legno 24 mesi (in legno piccolo, forse piccolissimo, caratelli) e 2 mesi in bottiglia. Il produttore raccomanda la beva entro i dieci anni. Che fosse un impedimento all’“invenzione”?

La Rocco di Carpeneto presentava un Barbera del Monferrato Superiore con un affinamento particolare, quello in giare di terracotta. Barbera 100%, acciaio per la fermentazione con lieviti selvaggi. Maturazione 22 mesi in terracotta più tonneaux e barrique. Il Rataraura 2013 è un vino non proprio facile, 12 euro alla bottiglia sicuramente spesi bene ma da interpretare. Non ho molta esperienza con questo tipo di affinamento e perciò non mi sbilancio. Mi soffermo sul gusto che lascia in effetti piacevole sentore minerario. Interessante sarebbe stato l’affinamento totale in terra cotta, un po’ come si fa per un affinamento in totale acciaio. Un suggerimento ai produttori! Chi si avvicina per curiosità al mondo del vino o come me che vorrebbe approfondire la “tecnica-senso” della giara, trovare informazioni sul sito che Vi rappresenta sarebbe cosa utile e formativa. Capire il costo alla bottiglia è di aiuto per orientarsi e poter scegliere anche rischiando.

 

L’ultima nota la dedico a quella che io chiamo la follia del vino. Follia che spesso si riscontra negli appassionati e che a volte è presente anche tra i produttori. Infatti parlando dell’azienda Terre di Matè non posso non pensare a questa. L’azienda è della zona detta Belvedere a Tassarolo (AL), produce un unico vino bianco Cortese di Gavi, biologico con fermentazione spontanea con riposo per 7 mesi in acciaio. Basito quando l’ho assaggiato non sono stato in grado di dare un quadro di ciò che stavo bevendo. L’aggettivo che mi risuonava nella testa era “fico” se tale lo si può chiamare. A domanda ho scoperto che la produttrice è una psicologa quindi direi che ci troviamo in linea con quello che non riesco a raccontare a parole. Berlo sarebbe il modo migliore. Mi sono permesso di dire a chi investe di suo e non solo in economia ma soprattutto in sentimento, e questo mi sembra essere il caso, di curare il suo Matè Vino bianco come se fosse un paziente. Sempre un linguaggio metaforico così da dargli spazio in più per curarlo e crescerlo. Alla salute!!!

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